18 Nov 2013

Dispense

E’ verosimile dimenticare se stessi? E se ciò accadesse, come potrebbe procedere l’esistenza? È questo il quesito fondamentale cui tenta di dare una risposta il libro scritto in collaborazione con Maria C. Quattropani e pubblicato nel marzo 2013 dalla casa editrice Piccin.
La scelta del titolo “Dimenticare se stessi” non rappresenta il risultato di un laborioso esercizio di stile quanto piuttosto la scaturigine teorico-esitenziale che ha ispirato la curiosità scientifica delle autrici, dando impulso ad un progetto editoriale godibile nello stile e di facile consultazione anche per i non addetti ai lavori.
Il titolo risulta suggestivo perché paradossale, enigmatico, allusivo come solo la poesia riesce a fare per quella sublime capacità di trattenere in poche parole una grande quantità di immagini e significati, lasciando solo parzialmente intravedere su quale orizzonte essi si spalancheranno.

L’articolazione del testo è stata pensata per accompagnare gradualmente il lettore nelle maglie slabbrate di un Sé che si disfa, che lotta con l’incertezza e che si arrampica sui ricordi dell’infanzia per non morire. Uno spaccato socio – antropologico del contesto su cui si stagliano le problematiche dell’invecchiamento e della demenza apre il primo capitolo inoltrandosi, successivamente, nelle specificità psicologiche e neuropsicologiche della Demenza di Alzheimer. Nel secondo capitolo i due nuclei centrali del testo, la demenza e la soggettività, dialogano fitto fitto individuando nella temporalità dell’esistenza e nella memoria autobiografica i costrutti principali attraverso cui formulare gli interrogativi che, nel terzo capitolo, vengono esplorati attraverso un dispositivo di ricerca qualitativo, preceduto da uno screening neuropsicologico funzionale a rafforzare l’ipotesi diagnostica di Demenza di Alzheimer.
La strutturazione dell’intervista e la successiva analisi del materiale trascritto hanno interpretato l’esigenza di dare corpo alle storie dei pazienti non semplicemente per rispondere alle ipotesi del disegno di ricerca ma per esplorare possibilità di intervento attraverso l’ausilio della scienza clinica.
I risultati, pur prendendo le distanze da posizioni salvifiche o risolutive, appaiono rassicuranti: quando i pazienti del gruppo clinico organizzano liberamente la trama narrativa, includendo gli altri significativi nella descrizione di sé, la memoria implicita preserva la sua funzione di aggregante identitario facendo leva, in particolar modo, sulle componenti relazionali ed emotive della narrazione. In sostanza, è come se i partecipanti della ricerca dicessero che fin quando c’è un interlocutore interno che mi ricorda chi sono, posso essere me stesso.

 

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